Diego Lawler, From the margin: Orphanhood, autonomy, and a critique of universalism
Abstract
Questo articolo offre una riflessione contestualizzata sull’autonomia come compito politico, esistenziale ed epistemico, prendendo come punto di partenza El escritor argentino y su tradición di Borges. Attraverso il concetto di «orfanezza creativa», la distanza dalle tradizioni dominanti viene ridefinita come fonte di agency. Attingendo dall’esistenzialismo sartriano e dalla teoria postcoloniale, la libertà viene definita come un lavoro contestualizzato che deve negoziare sia la forza normativa della tradizione sia i vincoli strutturali della subordinazione geopolitica. La questione della rilevanza – ciò che conta veramente – guida un progetto normativo per la costruzione di una vita propria. Sei principi orientano questo progetto: eradicazione della povertà e della disuguaglianza; difesa critica dei diritti umani; pluralismo democratico; giustizia socio-ambientale; produzione di conoscenza situata; attivazione del patrimonio culturale. Il saggio sostiene che le posizioni periferiche costituiscono punti di vista privilegiati da cui reimmaginare l’universalismo attraverso l’esperienza storica concreta, promuovendo un’etica del progetto che trasforma l’esposizione in orizzonte e il margine in fondamentoAbstract (english)
This article offers a situated reflection on autonomy as a political, existential, and epistemic task, taking Borges’s El escritor argentino y su tradición as its point of departure. Through the concept of «creative orphanhood», distance from dominant traditions is reframed as a source of agency. Engaging Sartrean existentialism and postcolonial theory, freedom is defined as a situated labor that must negotiate both the normative force of tradition and the structural constraints of geopolitical subordination. The question of relevance—what truly matters—guides a normative project for building a life of one’s own. Six principles orient this project: eradication of poverty and inequality; critical defense of human rights; democratic pluralism; socio-environmental justice; production of situated knowledge; and activation of cultural heritage. The essay argues that peripheral locations constitute privileged standpoints from which to reimagine universalism through concrete historical experience, advancing an ethics of the project that turns exposure into horizon and the margin into foundation.