I doveri e la “cosa pubblica”. Linee di etica per il cittadino e le istituzioni

(XII, n. 2, 2021)

A cura di Alberto Pirni (Scuola Superiore Sant’Anna) e Alessandro Chiessi (Scuola Superiore Sant’Anna)

Il secondo numero del 2021 di Lessico di etica pubblica apre ai contributi incentrati sull’approfondimento circa il tema del dovere e specificatamente l’indagine dei doveri dei funzionari pubblici inquadrati all’interno della disciplina giuridica, anche sotto il profilo delle sanzioni (disciplinari) in caso di infrazione.

La questione dei doveri si intreccia allora con l’esercizio dei poteri pubblici da parte delle istituzioni e dalla necessità di garantire che esso sia, nello stesso tempo, funzionale (economico, efficiente, efficace) ed imparziale.

La garanzia non può limitarsi all’azione pubblica (le garanzie nel processo e nel procedimento), ma deve risalire alla stessa organizzazione delle istituzioni pubbliche. Solo istituzioni pubbliche ben organizzate danno ai cittadini garanzia di imparzialità. Qui il riferimento è alle garanzie costituzionali (art. 54, 97, 98) ma, insieme ad esse, a quelle poste dalla legge ordinaria, soprattutto dalla legislazione di prevenzione della corruzione (legge 190/2012).

Oltre alla dimensione deontica, si vogliono indagare i valori che caratterizzano il lavoro pubblico e la loro relazione con le finalità istituzionali. In questa prospettiva l’analisi dei Codici di comportamento come strumenti giuridici che catalizzano i doveri dei pubblici funzionari, sono considerati un punto nodale per attuare un’indagine sulla relazione doveri/finalità istituzionali e valori.

Lessico di etica pubblica ospita le riflessioni di invited contributors di rilievo nazionale e internazionale e selezionando tramite la presente call for papers contributi che:

 Analizzeranno teoricamente il concetto di dovere;

  • indagheranno i rapporti fra i diversi doveri dei funzionari;
  • indagheranno la relazione tra dovere e potere nelle Istituzioni pubbliche;
  • indagheranno la relazione doveri/finalità istituzionali e valori
  • approfondiranno le implicazioni normative delle leggi collegate alla lotta alla corruzione;
  • approfondiranno le implicazioni normative dei principi costituzionali legati all’operato del funzionario pubblico.

 I contributi idonei al processo di blind-review e uniformati secondo le norme redazionali della rivista dovranno essere inviati

entro il 15 ottobre 2021

agli indirizzi:

alberto.pirni@santannapisa.it,

alessandro.chiessi@santannapisa.it

redazione.eticapubblica@gmail.com,.

Sarà comunicata accettazione ed eventuale richiesta di integrazioni entro il 15 novembre 2021. Il numero 2/2021 sarà pubblicato a febbraio 2022.

Si accettano contributi sia in italiano che in inglese (i contributi inviati in lingua inglese saranno tradotti in italiano) preceduti da un abstract in italiano e inglese di massimo 150 parole comprensive delle parole chiave (keywords) in inglese.

Lunghezza massima: 30.000 battute spazi e note inclusi.

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 La crisi inattesa: ingiustizie sociali e decisioni pubbliche alla prova di Covid-19

(XII, n. 1, 2021)

a cura di Paolo Monti (Università Cattolica del Sacro Cuore), Cristina Rebuffo (Lessico di
Etica Pubblica), Davide Sisto (Università degli Studi di Torino)

L’impatto globale della pandemia di Covid-19 ha reso manifeste fin da subito alcune latenti fragilità delle società contemporanee, in larga parte risultato di scelte politiche e trasformazioni socio-economiche che negli ultimi decenni hanno teso ad allocare risorse e a costruire progettualità in base a priorità che le hanno rese particolarmente vulnerabili di fronte a sfide inattese come quella attuale. In questo senso, il contesto emergenziale ha messo in luce una moltitudine di ingiustizie sistemiche preesistenti di cui la crisi ha tuttavia contribuito a evidenziare aspetti inediti: in campo economico, nella forma di nuove ingiustizie legate al reddito e alla precarietà, ma pure di ineguale distribuzione delle risorse fra le diverse regioni (all’interno dei singoli paesi e fra le diverse aree del mondo); nella società civile, il radicamento di discriminazioni su base etnica, culturale, religiosa e di genere, la presenza diffusa di condizioni di vulnerabilità legate alla violenza domestica, alle tossicodipendenze o alla detenzione carceraria.

Contemporaneamente, è tornata in primo piano l’esigenza di prendere decisioni pubbliche che facciano fronte a tali criticità, sia nel breve periodo della risposta alla crisi sanitaria, sia nel più lungo periodo, a partire da una presa d’atto consapevole delle fragilità e iniquità sociali che la pandemia ha appunto fatto emergere e aggravare. In questo senso, per le istituzioni politiche, sanitarie ed economiche, la pandemia di Covid-19 è stata uno stress test inatteso della loro capacità di svolgere e giustificare processi decisionali in tempi di emergenza, con la necessità di coniugare l’efficienza della risposta e il riferimento a criteri di giustizia condivisi; parallelamente, con il passare dei mesi si è fatto prepotente l’interrogativo circa l’effettiva possibilità da parte di queste istituzioni di orientare a lungo termine lo sviluppo sociale ed economico su direttrici innovative, che sappiano proficuamente prendere le mosse dalle  consapevolezze maturate durante e a seguito dell’emergenza.

All’interno del dibattito delle scienze umane e sociali, alcune voci hanno cercato di istituire una prima articolazione di questa ampia area problematica. Tali analisi hanno attraversato una serie di questioni quali la discussione dei dilemmi nel campo della bioetica clinica che emergono nei momenti di inedita emergenza e scarsità di risorse, la  rilettura del concetto di responsabilità sociale d’impresa nel contesto di una crisi sistemica, la critica dei criteri in base ai quali viene attribuito valore alle diverse attività educative e assistenziali nel paradigma di un capitalismo globale, la riflessione sull’equilibrio fra libertà individuali e tutela del bene pubblico e sui connessi rischi di un ritorno della politica come luogo della decisione nello stato di eccezione, in inevitabile tensione con i modelli di democrazia deliberativa e partecipativa.

A partire da questa preliminare mappatura, le scienze umane e sociali, e in particolare la riflessione filosofica nell’ambito dell’etica pubblica e della teoria politica, sono dunque oggi chiamate a interrogarsi sull’impatto che la crisi ha avuto, e in larga misura sta continuando ad avere, sulle concezioni di giustizia e sulle conseguenti strategie di risposta e resistenza alle svariate forme di ingiustizia e discriminazione che la pandemia ha messo in evidenza. Soprattutto, si rende necessario guardare oltre la fase emergenziale per interrogarsi più profondamente sugli squilibri sistemici illustrati dalla crisi, cominciando a delineare quali siano gli apprendimenti che questa stagione potrà lasciare per il futuro della riflessione etico-politica.

In questo contesto, si attendono contributi che possano coprire, fra le altre, le seguenti aree:

  1. Area medica e bioetica, con particolare attenzione all’analisi delle scelte dilemmatiche in ambito clinico e del rationing delle risorse in situazioni emergenziali (criteri di priorità, modelli deontologici e utilitaristi, principi di giustizia nei sistemi sanitari).
  2. Area sociologica e di filosofia sociale, con particolare attenzione all’analisi delle concezioni della vulnerabilità e della povertà dopo la pandemia (funzione di cittadinanza dell’istruzione pubblica e impatto del digital divide, paralisi del terzo settore, significato della cura nel servizio a bambini e disabili in condizioni di isolamento, giustizia e condizioni di detenzione, iniquità delle condizioni abitative durante il lockdown).
  3. Area etico-sociale, con particolare attenzione alle politiche di organizzazione del lavoro e alle connesse forme di ingiustizia (disparità etniche e di genere, conseguenze della precarizzazione, responsabilità nei confronti degli stakeholder).
  4. Area tanatologica e di filosofia delle religioni, con particolare attenzione all’analisi della sofferenza e del lutto come questione pubblica (ruolo e assistenza degli anziani all’interno della società, questioni connesse ai riti religiosi di fine vita, anche in ordine alla tutela della libertà di culto e alla parità di trattamento nei confronti delle minoranze religiose).
  5. Area di filosofia della scienza e della comunicazione, con particolare riferimento al problema del rapporto fra verità e decisioni pubbliche (“infodemia” e comportamenti antisociali, ambivalente contributo dei social media e della comunicazione scientifica)
  6. Area politico-economica, con particolare attenzione al tema delle scelte pubbliche nell’assegnazione di priorità e nella distribuzione delle risorse (rapporto fra decisione e deliberazione nelle situazioni di emergenza, distribuzione e privatizzazione delle risorse destinate ai beni comuni, tensione fra libertà individuali e tutela della collettività).
  7. Area filosofico-politica, con particolare attenzione ai temi della giustizia globale fra crisi sanitarie e ambientali (sovranismi e globalismi di fronte alle sfide dell’interconnessione planetaria, solidarietà internazionale e governance globale, paradigmi di giustizia globale fra rischio ecologico, climatico e pandemico, responsabilità verso le generazioni future).

A questi temi la rivista “Lessico di etica pubblica” intende dedicare il numero monografico 1/2021, che conterà contributi che sapranno rispondere alle questioni esposte e che saranno selezionati attraverso la presente call for papers, ospitando altresì contributi invitati di studiosi/e di profilo nazionale e internazionale che si siano confrontati su tali questioni.

I saggi dovranno essere inviati entro il 12/04/2021 agli indirizzi e-mail dei curatori: paolo.monti@unicatt.it; rebuffocristina@gmail.com; davidegiovanni.sisto@unito.it, redazione.eticapubblica@gmail.com.

I file dovranno essere uniformati alle norme redazionali della rivista.

Si accettano contributi in italiano o in inglese (la cui traduzione in italiano sarà curata dalla Redazione) di massimo 35.000 battute (spazi e note inclusi), corredati di un abstract in italiano e uno in inglese di massimo 150 parole ciascuno, predisposti in una forma anonima compatibile con la procedura di blind review; in un file a parte allegato allo stesso invio, indicare nome e cognome dell’autore, indirizzo di posta elettronica, titolo e abstract del contributo.

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Ipocrisia. Simulazione e dissimulazione nella sfera pubblica

(XI, n. 2, 2020)

a cura di Leonard Mazzone

A differenza dei classici lemmi che hanno attirato l’attenzione dei critici sociali dall’antica Grecia ai giorni nostri – dall’errore (Platone) al cinismo (Sloterdijk), passando attraverso la menzogna (Agostino, Kant) e l’ideologia (Marx) – la categoria di ipocrisia è stata in larga parte trascurata dalla filosofia. Una delle ragioni principali a monte di questa disattenzione filosofica consiste nella riduzione dell’ipocrisia a un caso particolare della menzogna o a una forma particolarmente subdola di cinismo, che all’ostentata auto-affermazione del soggetto preferirebbe la più prudente e, spesso, efficace strategia indiretta del mascheramento. Nell’uno e nell’altro caso, però, si finisce per assecondare una concezione assai riduttiva del fenomeno: a differenza della menzogna, l’ipocrisia può anche essere involontaria (non si può, invece, mentire senza volerlo); diversamente dalle ben note forme di cinismo mascherato esemplificate da personaggi letterari come il Tartufo di Molière, inoltre, l’ipocrisia può consistere anche in svariate forme disinteressate o, addirittura, altruistiche di inganno.

La mancanza di un approfondimento del concetto di ipocrisia, delle sue sfumature e delle sue implicazioni è tutt’altro che secondaria, perché rende impossibile riuscire a cogliere adeguatamente un fenomeno che sembra comunque costitutivo delle interazioni nella sfera pubblica: le varie forme del simulare e dissimulare, del darsi o non darsi a vedere, rispetto agli altri e rispetto a se stessi.

A questo vuoto di attenzione teorica il presente numero di Lessico di etica pubblica intende porre rimedio, ospitando le riflessioni di invited contributors di rilievo nazionale e internazionale e selezionando tramite la presente call for papers contributi che:

  • tenteranno di elaborare una distinzione accurata e argomentata del fenomeno dell’ipocrisia rispetto alle nozioni di menzogna e/o ideologia;
  • indagheranno i rapporti fra l’ipocrisia e uno o più dei seguenti fenomeni sociali, solitamente annoverati fra le patologie sociali della società moderna: dalla dissimulazione all’inautenticità, passando attraverso l’alienazione e l’incoerenza;
  • indagheranno la problematizzazione dell’ipocrisia nell’opera di autori che hanno dato un contributo particolarmente decisivo nel rinnovamento del significato del concetto lungo la storia della filosofia;
  • approfondiranno le implicazioni normative dell’ipocrisia in politica, con particolare attenzione al contesto delle democrazie costituzionali;
  • analizzeranno criticamente le possibili nuove forme di ipocrisia che si sviluppano o potrebbero svilupparsi all’interno della società della trasparenza e della disintermediazione informatico-digitale.

I contributi dovranno essere inviati entro il 01 novembre 2020 agli indirizzi leonardmazzone84@gmail.com e redazione.eticapubblica@gmail.com, idonei al processo di blind-review e uniformati secondo le norme redazionali della rivista.

Sarà comunicata accettazione ed eventuale richiesta di integrazioni entro il 15 dicembre 2020 e la definitiva pubblicazione del numero avverrà entro febbraio 2021.

Si accettano contributi sia in italiano che in inglese (i contributi inviati in lingua inglese saranno tradotti in italiano) preceduti da un abstract di massimo 150 parole.

Lunghezza massima: 35.000 battute spazi e note inclusi.

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Lo “spirito sportivo”: l’agonismo e le sue declinazioni

(XI, n. 1, 2020)

a cura di Sara Nosari e Federico Zamengo

In epoca contemporanea, lo sport costituisce senza dubbio un ambito di interesse scientifico eterogeneo e denso di implicazioni filosofiche, socio-politiche, etico-morali e pedagogiche. Se oggi questa dimensione dell’esistenza umana è spesso collegata al benessere psico-fisico di tutte le generazioni (giovani e meno giovani), è altrettanto vero che nell’immaginario collettivo le dinamiche sportive costituiscono anche una valida metafora per descrivere la vita o alcuni suoi passaggi. Nelle nostre conversazioni quotidiane, infatti, non mancano espressioni che rimandano in modo palese al gergo sportivo. Così, ad esempio, d’innanzi a un faticoso impegno che sta per concludersi, si è soliti incoraggiare “Forza, un ultimo sforzo, ultimo chilometro”. O ancora, di fronte a un’attività, o a un progetto diventa importante “giocare la partita” o “fare gioco di squadra”. Sono questi solo alcuni esempi che evidenziano quanto lo sport, come del resto l’esistenza, sia animato da un certo spirito sportivo che è principalmente di carattere agonistico.

Tuttavia, lo spirito agonistico è da molti riconosciuto come problematico e spesso è visto con sospetto e diffidenza. Tra queste posizioni è particolarmente rappresentativa la voce di George Orwell che sulle colonne della rivista inglese Tribune nel dicembre del 1945 commentava la visita sul suolo britannico della squadra di calcio russa Dinamo Mosca in modo netto: “Ora che la fugace visita della squadra di calcio della Dinamo è giunta al termine, è possibile esprimere pubblicamente ciò che molte persone assennate già dicevano prima dell’arrivo della Dinamo: ovvero che lo sport è motivo incessante di ostilità, e che se una visita del genere ha avuto qualche effetto sulle relazioni anglo-sovietiche, è solo nel senso di renderle leggermente peggiori di prima”. Analizzando, poi, la cronaca di quei giorni, Orwell criticando il cosiddetto “spirito olimpico”, concludeva: “Rimango sempre esterrefatto quando sento dire che lo sport genera amicizia tra le nazioni, e che se solo la gente comune dei popoli di tutto il mondo potesse incontrarsi su un campo di calcio o di cricket, non avrebbe alcun desiderio di incontrarsi su un campo di battaglia […]. Al contrario, se si volesse incrementare l’enorme riserva di ostilità esistente nel mondo in questo momento, non ci sarebbe nulla di meglio che organizzare una serie di partire di calcio tra ebrei e arabi, tedeschi e cechi, indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, assicurandosi che a ogni incontro assista un pubblico di 100.000 spettatori”.

L’agonismo è quindi un tema che è in grado di polarizzare la discussione tra detrattori, che ne evidenziano l’esasperazione e gli eccessi, e sostenitori che, invece, ne sottolineano una valenza anche positiva, a partire dal ruolo che esso riveste, innanzitutto, nella capacità di mettere alla prova se stessi.

Uscendo dalla metafora sportiva, allora, quali agonismi caratterizzano la società attuale? Quali modelli di agonismo è possibile sostenere per una società educata a una “sana” competizione?

Lo scopo di questa call for papers del Lessico di Etica pubblica (XI, n.1; 2020) è quello di contribuire a far luce sul sistema della competizione e dell’agonismo: da un lato come limite che, laddove esasperato può alimentare la frammentazione e le fratture, ma dall’altro anche come risorsa, ovvero come occasione che non appiattisce il confronto e, nel promuovere la dinamica dell’incontro-scontro, apre a possibili prospettive di miglioramento sia personale, sia collettive.

Tipologia dei contributi

Nell’affrontare questo tema, saranno accolti contributi di carattere teorico, storico o operativo che verteranno su alcune dimensioni della questione:

  • Dimensione filosofico-sportiva: in quale modo la metafora sportiva connota la società e la concezione antropologica.
  • Dimensione filosofico-sociale: l’agonismo sociale, le sue implicazioni e le sue critiche.
  • Dimensione filosofico-politica: in quali termini è possibile una convivenza pacifica in una società fondata sull’agonismo; quali valori e quali regole possono essere messe in atto.
  • Dimensione etica-pedagogica: l’agonismo come paradigma dell’educabilità umana e i valori pedagogici sottostanti alle pratiche educative sportive.
  • Dimensione formativa: riflettere a quali condizioni l’agonismo sportivo può essere interpretato come un modello formativo; evidenziare quali sono o possono essere i rischi di una sua degenerazione.

Le tipologie di contributo suggerite, e altre che da esse possono prendere spunto, dovrebbero avere l’obiettivo comune di stimolare una discussione nello spazio pubblico intorno a un ripensamento della questione dell’agonismo, del ruolo che esso riveste in ambito sociale e politico, e alle sue ricadute in ambito pedagogico e etico.

A questi temi la rivista “Lessico di etica pubblica” intende dedicare un numero monografico che sarà pubblicato in giugno 2020.

Gli articoli dovranno essere inviati entro e non oltre 30 aprile 2020, in una forma compatibile con la procedura di blind review. Si accettano testi in italiano, redatti secondo le norme editoriali presenti nel sito, tra le 25.000 e le 35.000 battute (comprese le note e un abstract in inglese e in italiano di massimo 150 parole).

L’articolo e l’abstract devono essere inviati in un unico file (.doc) agli indirizzi:

pratichefilosoficheeducazione@gmail.com e redazione.eticapubblica@gmail.com

 

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La giustizia intergenerazionale in un’epoca di crescenti disuguaglianze

(X, n. 2, 2019)

A cura di Alberto Pirni e Fausto Corvino

 

Viviamo in un’epoca di opportunità senza precedenti. Molti problemi scientifici e sociali che fino a poco tempo fa sembravano insormontabili sono stati risolti e probabilmente continueranno ad esserlo anche nel prossimo futuro. Tuttavia, se ampliamo il raggio della nostra analisi non possiamo fare a meno di notare che le crescenti possibilità per l’umanità corrispondono a rischi sociali, economici e ambientali che fino a pochi decenni fa erano difficili da percepire e da teorizzare.

Ciò che contraddistingue la maggior parte dei rischi associati alla società industriale e post-industriale è il fatto che possono essere facilmente trasferiti, almeno in parte, alle generazioni future. In altre parole, gli individui attuali sono in grado di decidere quale percentuale dei costi legati alla crescita economica vogliono sostenere e quale percentuale vogliono trasferire ai loro discendenti – i due esempi emblematici sono rappresentati dal cambiamento climatico e dal debito pubblico. Le classiche teorie della giustizia, basate su modelli cooperativi e/o coercitivi, incontrano vari ostacoli concettuali nel delineare una chiara guida filosofica attraverso cui la società attuale possa ripartire nel tempo i costi e i benefici di una cooperazione che non può che essere indiretta. Inoltre, i governi nazionali si trovano a dovere trovare soluzioni a problemi di povertà intra-generazionale, sia a livello nazionale che globale, che rischiano, se non ben calibrate, di finire in contrasto con il perseguimento un’equa ripartizione inter-generazionale di costi e opportunità.

Lo scopo di questa call for papers del Lessico di Etica Pubblica (X, n. 2, 2019) è quello di affrontare le molteplici questioni etiche relative alla giustizia da una prospettiva triangolare che comprende da un lato i doveri di giustizia intra-generazionale di tipo nazionale e globale, e dall’altro i doveri di giustizia inter-generazionale. Bisogna cercare di conciliare le tre prospettive? Se così fosse, come si può dare un senso ai doveri di giustizia verso gli individui futuri in quei contesti in cui risultiamo deficitari rispetto all’implementazione dei principi di giustizia intra-generazionale? Nell’affrontare questi interrogativi filosofici invitiamo a presentare contributi che rientrino – almeno – in uno dei seguenti gruppi tematici:

  • Danni ambientali e cambiamenti climatici: gli scienziati sono ormai concordi nel sostenere che gli attuali modelli di produzione e consumo causeranno danni irrimediabili all’ambiente nel prossimo futuro, con conseguenze disastrose anche per gli esseri umani. Tuttavia, le generazioni attuali esitano a sottoporsi ai sacrifici economici necessari per preservare gli equilibri ambientali dell’epoca preindustriale. Come interpretare i nostri doveri di giustizia ambientale nei confronti dei posteri nel quadro più ampio delle attuali disuguaglianze?
  • Debito pubblico e stabilità finanziaria: le generazioni attuali si ritrovano, in molti casi, a sostenere i costi del debito pubblico lasciato in eredità dalle generazioni precedenti, e non hanno altra scelta se non quella di intervenire su di esso attraverso tagli alla spesa sociale. Come distribuire, quindi, i costi della stabilità finanziaria, che sono in parte addebitabili a chi è vissuto prima ma non più esigibili, tra le generazioni presenti e quelle future?
  • Un accesso equo alle tecnologie adattive: se la crescita e lo sviluppo possono porre problemi crescenti, soprattutto in termini di sostenibilità ambientale, dovremmo anche tenere conto del fatto che essi possono fornire ai futuri individui le conoscenze tecnologiche necessarie per elaborare strategie adattive che potrebbero ridurre l’impatto negativo – almeno sugli esseri umani – dei cambiamenti climatici e, più in generale, delle minacce ambientali. Che ruolo gioca questo ineludibile elemento empirico all’interno di una teoria credibile di giustizia inter-generazionale?
  • Le motivazioni morali per adempiere ai nostri obblighi verso i posteri: attuare la giustizia inter-generazionale significa affrontare alcuni sacrifici oggi nell’interesse di chi verrà dopo di noi. Siamo interessati ad articoli che cerchino di fornire un solido fondamento teorico delle varie motivazioni morali che possano spingere le generazioni presenti a rinunciare alla massimizzazione del proprio benessere facendo così una sorta di ‘investimento a fondo perduto’ a beneficio delle generazioni future. In particolare, accogliamo favorevolmente contributi filosofici riguardanti le giustificazioni normative ed emotive dei nostri obblighi verso le generazioni future e che analizzino se e come la giustizia inter-generazionale possa essere conciliata con i nostri legami morali intra-generazionali.

 

I contributi dovranno essere inviati entro il 02 settembre 2019 agli indirizzi a.pirni@santannapisa.it e f.corvino@santannapisa.it, idonei al processo di blind-review e uniformati secondo le norme redazionali della rivista.

Sarà comunicata accettazione ed eventuale richiesta di integrazioni entro il 30 settembre 2019 e la definitiva pubblicazione del numero avverrà entro dicembre 2019.

Si accettano contributi sia in italiano che in inglese (i contributi inviati in lingua inglese saranno tradotti in italiano) preceduti da un abstract di massimo 150 parole.

Lunghezza massima: 35.000 battute spazi e note inclusi.

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La filosofia di Giorgio Agamben: metafisica, politica, etica e diritto

 

A cura di Ernesto C. Sferrazza Papa

 

Un osservatore attento della filosofia contemporanea non può esimersi dal riconoscere l’importanza dell’opera di Giorgio Agamben nella ridefinizione e nel ripensamento dei problemi fondamentali della tradizione occidentale. A partire dalla pubblicazione di Stanze (1977) e di Infanzia e storia (1979), Agamben si è imposto all’attenzione del dibattito internazionale per la radicalità con cui è stato in grado di movimentare il canone filosofico attraverso un serrato confronto critico con la tradizione occidentale nel suo insieme.

Sarebbe in ogni caso una colpevole negligenza limitare l’opera agambeniana alla critica della tradizione ch’essa ha imbastito. Non ci confrontiamo unicamente con un ripensamento critico della tradizione filosofica, ma abbiamo a che fare con un nuovo modo di “fare” filosofia, con un nuovo “stile in filosofia” – per dirla con Manfred Frank –, ossia con qualcosa di radicalmente innovativo nella storia del pensiero filosofico, foriero di un intero spettro di reazioni che va dalla radicale disapprovazione all’agiografia programmatica, come dimostrerebbe una ricognizione nella letteratura critica più aggiornata. Di questo nuovo “stile in filosofia” è testimonianza il progetto Homo sacer, autentico hapax della riflessione filosofica occidentale, inaugurato nel 1995 con la pubblicazione di Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita e abbandonato – perché, questa la lectio difficilior di Agamben, nessuna opera può mai realmente concludersi – nel 2014 con L’uso dei corpi (Homo sacer, IV, 2). In Homo sacer Agamben, a partire da una analisi serrata dei dispositivi giuridici del diritto romano, ha indagato i lati oscuri della modernità, mostrando la sostanziale omogeneità paradigmatica che ha segnato la storia politica dell’umanità (le analisi del sacro, del campo come paradigma politico, della polis, dell’etica sono in questo senso rivelatrici) e proponendo un ripensamento radicale dell’intero apparato categoriale occidentale, fino a teorizzare un potere destituente che attende ancora un’indagine approfondita.

Il pensiero agambeniano, nella sua radicalità, ci invita altresì a ripensare gli steccati disciplinari che il sapere accademico ci impone in quest’epoca – obbligandoci di fatto ad abolirli, a sfondarli: teologia e diritto, metafisica e politica, geografia e arte. Da questa specola, fare uso dell’armamentario concettuale di Agamben implica il rifiuto delle divisioni e delle separazioni disciplinari, cui sostituire una molteplicità di soglie attraverso le quali transitare. Da questo punto di vista, il pensiero di Agamben rappresenta una vera e propria accusa alla compartimentazione dei saperi fomentata oggigiorno dall’accademia.

Di questa complessità concettuale sarà senza dubbio problematico rendere conto. E tuttavia, il presente numero monografico del “Lessico di etica pubblica” si propone l’arduo compito, la sfida in un certo senso, di ricostruire criticamente l’orizzonte entro cui si muove la filosofia di Giorgio Agamben, indagandone sia gli aspetti maggiormente proficui, sia – e forse soprattutto – quelli maggiormente critici.

Dato il contesto editoriale della rivista e i suoi interessi specifici, particolare attenzione verrà dedicata alla possibilità di ripensare (ossia: di pensare criticamente) lo spazio pubblico a partire dalle categorie del pensiero di Agamben, che movimentano il repertorio classico di nozioni quali Stato, comunità, società, agire. È possibile fondare un agire pubblico a partire dall’armamentario concettuale di Agamben, oppure la sua critica filosofica è sintomatica del venire meno della possibilità stessa di un agire? Quale spazio vi è per l’etica una volta decostruite le categorie sulle quali si è storicamente e concettualmente fondata? E quale spazio per la politica, anch’essa decostruita dalla critica agambeniana?

Pur mantenendo la generalità tematica che contraddistingue il pensiero di Agamben, gli autori sono caldamente invitati a focalizzare i propri contributi su una delle seguenti linee di ricerca:

- concetti e temi della filosofia agambeniana (campo, stato d’eccezione, bando, soglia, homo sacer, dispositivo, nuda vita, uso, inoperosità, etc.);

- Agamben e la tradizione filosofica occidentale (in particolare, ma non solo: Platone, Aristotele, Kant, Hegel, Marx, Nietzsche, Benjamin, Schmitt, Arendt, Heidegger, Bataille, Wittgenstein, Foucault);

- “figure” del pensiero agambeniano (Kafka, Melville, Bartleby, etc.);

- il fuori della filosofia di Agamben: geografia, diritto, teologia, arte, critica letteraria;

- secolarizzazione, archeologia, genealogia: il problema del metodo in filosofia;

- Agamben e l’Italian Theory;

- Etica e politica in Agamben: operosità/inoperosità, azione/inazione, istituzione/costituzione/ destituzione.

Gli autori che intendessero proporre contributi al di fuori delle linee di ricerca suggerite sono invitati a discuterne preliminarmente con il curatore del numero, contattandolo all’indirizzo mail ernesto.sferrazzapapa@unito.it

I contributi dovranno essere inviati entro il 31 marzo 2019 al medesimo indirizzo mail preparati per il processo di blind-review e uniformati secondo le norme redazionali della rivista. Per informazioni in tal senso si consulti il sito web http://www.eticapubblica.it/

Si accettano contributi in italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo.

Lunghezza massima: 35000 battute spazi inclusi.

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 Storia e discorso politico

Retorica, ideologia e verità

a cura di Gabriele Vissio

Nella sua ultima opera, Apologia della storia o mestiere di storico, scritta in prigionia durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, Marc Bloch sosteneva che «la mania di giudicare» è un «diabolico nemico della storia più verace». Negli stessi anni, in un’altra prigione, Fernand Braudel offriva ai propri compagni di prigionia alcune lezioni sulla storia, successivamente pubblicata come Storia misura del mondo, e sosteneva che non possiamo più accettare un «Tribunale della Storia». Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, questi due famosi storici francesi ponevano un problema storico che si sarebbe rivelato centrale per le generazioni successive: il ruolo politico e pubblico della storia. In seguito alla comparsa di un revisionismo distorto e la diffusione di teorie negazioniste, gli storici contemporanei hanno dovuto confrontarsi con il cosiddetto “uso pubblico della storia”.

Oggi la situazione è ulteriormente complicata dalla presenza di un’ampia comunità di storici non professionisti, come giornalisti, commentatori e blogger, che producono informazione storica divulgativa. Inoltre, l’avvento di internet e l’ampio accesso a nuove possibilità, che permettono a un gran numero di persone di produrre e consumare cultura storica, hanno complicato ulteriormente la situazione.

Al contempo, se la maggior parte degli storici è consapevole dei rischi che comporta una storia eccessivamente connessa con le ideologie contemporanee, è pur anche vero che la scrittura della storia è stata spesso concepita come un’attività politica. In tal senso, nella loro ricerca della verità, gli storici utilizzano diverse risorse epistemiche, mescolando diversi tipi di strumenti narrativi, prove, retorica e anche elementi ideologici. Sino a che punto tali elementi argomentativi sono giustificabili come strumenti epistemologici appropriati della storiografia e a quali condizioni essi rischiano di avallare un uso improprio del discorso storico?

Tenendo conto di ciò, saranno accettati contributi delle seguenti tipologie:

  1. Saggi riguardanti questioni epistemologiche connesse al problema generale del ruolo politico e pubblico della storia (il problema dell’oggettività e della neutralità della storia; la presenza di elementi retorici, narrativi e ideologici all’interno della scrittura storica; il significato epistemologico del “giudizio storico”; ecc.);
  2. Saggi che mirino a chiarire l’importanza della storia nei confronti di problemi politici e sociali contemporanei: l’importanza delle storie speciali (per es. la storia delle donne, la Queer History; la storia delle migrazioni; ecc.) per il dibattito politico; il ruolo della storia nella trasformazione della sfera pubblica; l’importanza della memoria storica per le democrazie contemporanee;
  3. Saggi riguardanti il problema dell’«uso pubblico della storia», dell’Historikerstreit e del negazionismo storico, anche in relazione a specifici casi di studio connessi al dibattito politico contemporaneo (per es. il riapparire, nella sfera pubblica europea, del fascismo);
  4. Saggi che abbiano come scopo quello di chiarire come un’educazione storica possa promuovere valori politici democratici in un contesto multiculturale e in società complesse (per esempio: in che modo un’educazione storica non-nazionalista potrebbe sviluppare positivamente la tolleranza democratica e il dialogo interculturale?).

Deadline per l’invio dei saggi: 15 Ottobre 2018

Pubblicazione: entro il 31 Dicembre 2018

Gli articoli dovranno essere inviati entro il 15 Ottobre 2018 in una forma compatibile con la procedura di blind review. Si accettano testi in italiano, inglese e francese redatti secondo le norme editoriali presenti nel sito web (http://www.eticapubblica.it/), lunghi non più di 30.000 battute (comprese le note e un abstract in inglese e in italiano di massimo 150 parole).

Siete pregati di inviare il vostro saggio a: lepcfpstoria@gmail.com

Per ogni altra informazione siete pregati di contattare gabriele.vissio@live.it

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Problemi etico-pubblici della cultura digitale

a cura di Davide Sisto

L’epoca odierna è profondamente segnata dalle trasformazioni radicali apportate dalla cultura digitale, cioè dall’insieme delle nuove tecnologie informatiche che si sono sviluppate nello spazio pubblico a partire dagli ultimi decenni del Novecento. Nel giro di pochi anni, la Generazione X, quella di coloro che approssimativamente sono nati tra il 1965 e il 1980, sarà l’ultima generazione ad aver vissuto un periodo storico senza la presenza di computer, di telefoni portatili e, in particolare, senza Internet. Tali strumenti, fornendo ai cittadini modalità di comunicazione, di informazione e di espressione personale assolutamente inedite rispetto ai periodi precedenti la loro diffusione, hanno comportato rivoluzioni radicali all’interno delle loro abitudini quotidiane, spalancando orizzonti socio-culturali il cui significato è – oggi – tutt’altro che chiaro e definito.

In particolare, la diffusione dei social network e dei blog, nonché la possibilità di aprire in maniera arbitraria una propria pagina web in cui esprimere liberamente se stessi o fornire informazioni e risorse di qualsivoglia tipologia alla comunità internazionale, ha amplificato le contraddizioni insite da sempre nel rapporto tra reale e virtuale, ha introdotto questioni di natura giuridica – legate soprattutto alla privacy personale – inimmaginabili fino a qualche decennio fa, ha modificato le caratteristiche della partecipazione collettiva alla vita politica, culturale e sociale sia a livello nazionale che a livello internazionale, ha ampliato e – al tempo stesso – ridotto la libertà individuale, ha rivoluzionato il concetto di lavoro, nonché ha fornito nuove potenzialità per creare relazioni all’interno dello spazio pubblico.

La vastità di temi e questioni che provengono dalla diffusione progressiva della cultura digitale necessita di uno sguardo interpretativo interdisciplinare, in grado di coinvolgere tanto le discipline tecnico-scientifiche quanto quelle umanistiche in vista di cogliere le potenzialità e i rischi che tale cultura comporta all’interno dello spazio pubblico in cui viviamo.

L’obiettivo che si pone, pertanto, il presente numero è quello di mettere in luce le principali problematiche di natura etica che caratterizzano la cultura digitale e il suo imporsi nello spazio pubblico.

Tenendo conto di ciò, i contributi possono riguardare i seguenti argomenti:

  • Le conseguenze etiche dell’incidenza del virtuale sul reale. Come cambiano i rapporti sociali (di natura lavorativa, personale, sentimentale, ecc.) con la creazione di una propria identità virtuale, soprattutto all’interno dei social network e dei blog; in che modo questa identità virtuale incide sul nostro legame con la corporeità, con la gestione dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni, con i nostri ricordi e la nostra memoria, con i processi naturali della vita (cfr. per esempio la cosiddetta “morte digitale”); quale ruolo svolge questa identità virtuale all’interno della propria formazione personale e in relazione al mondo culturale, sociale e politico all’interno di cui siamo collocati.
  • Le conseguenze giuridiche della diffusione della cultura digitale. Come cambiano le regole della privacy personale nel complesso universo del web; quali sono i confini tra la propria libertà personale e la violazione della privacy altrui, dove comincia e dove finisce il diritto all’oblio, ecc. Temi particolarmente problematici soprattutto con lo sviluppo dei social network e degli indirizzi e-mail, nonché con la condivisione universale di immagini, video e file musicali, cinematografici, amatoriali, ecc. (cfr., per esempio, il modo in cui la cultura digitale ha modificato le caratteristiche della pirateria musicale e il modo in cui si è diffuso il materiale pornografico).
  • Le conseguenze politiche della diffusione della cultura digitale. In che modo la cultura digitale ha modificato l’etica della politica nazionale e internazionale; quanto incide il web sulle strategie politiche, economiche, sociali e comunicative adottate dalla politica sia in campagna elettorale sia durante un periodo di governo (si pensi alla cosiddetta “post-verità”, tanto in voga oggi); qual è il legame tra il terrorismo, nelle forme che ha adottato in questi ultimi decenni, e la cultura digitale.
  • La libertà individuale e collettiva. Il web favorisce un maggiore esercizio della libertà individuale o la limita? Incrementa l’omologazione o piuttosto ne rappresenta un antidoto significativo? (cfr., per esempio, l’importanza nel panorama culturale occidentale delle riflessioni controverse di Byung-Chul Han o la diffusione del concetto di intelligenza collettiva così come viene pensato da Pierre Lévy).
  • La comunicazione digitale. Prerogative positive e degenerazioni della comunicazione digitale. Tale comunicazione favorisce una maggiore democratizzazione della comunicazione e dell’informazione pubblica oppure, dando la possibilità a ogni singolo cittadino di poter esprimere la propria opinione, la rende più banale e mediocre (si pensi, di nuovo, alla cosiddetta “post-verità”)? Perché si diffonde la cultura dell’odio nella comunicazione digitale? Quanto incide sulla produzione del consenso e sulla formazione della società civile? (cfr. Manuel Castells, Derrick de Kerckhove).
  • L’etica filosofica e la cultura digitale. In che modo possiamo mettere in comunicazione le dottrine etiche della filosofia, così come si sono sviluppate nel corso dei secoli, con la realtà creata dalla cultura digitale nel mondo odierno.

A questi temi la rivista “Lessico di etica pubblica” intende dedicare un numero monografico che sarà pubblicato nella seconda metà del 2018.

Gli articoli dovranno essere inviati entro il 30 gennaio 2018 in una forma compatibile con la procedura di blind review. Si accettano testi in italiano, inglese e francese redatti secondo le norme editoriali presenti nel sito web (http://www.eticapubblica.it/), lunghi non più di 30.000 battute (comprese le note e un abstract in inglese e in italiano di massimo 150 parole).

Articolo e abstract devono essere inviati in un unico file (.doc) all’indirizzo da.sisto@gmail.com

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Scuola di Alta Formazione Filosofica di Acqui Terme

Etica come responsabilità pubblica Ripensare corruzione e legalità, oggi

Acqui Terme, Palazzo Levi 19-21 aprile 2017

Bando di concorso – call for papers

Sono aperti il bando di concorso e la call for papers per la XVIII edizione della Scuola di Alta Formazione di Acqui Terme. La partecipazione alla Scuola è libera e gratuita per ogni interessato.
Sono previste fino a 10 borse di studio di € 200,00 cad. per giovani studiosi e ricercatori che svolgano studi attinenti alle tematiche proposte.

Il ciclo di lezioni è valevole come Corso d’Aggiornamento per Docenti di ogni ordine scolastico. Si prevede l’erogazione di CFU per studenti universitari che ne faranno richiesta.

Le persone selezionate saranno invitate a presentare una comunicazione nell’ambito dello svolgimento della Scuola. Si prevede la pubblicazione delle comunicazioni unitamente alle relazioni presentate dai relatori ufficiali all’interno di un volume o numero monografico di rivista di livello internazionale.

Per partecipare alla selezione dovranno essere prodotti:
1) richiesta di partecipazione comprensiva di recapiti telefonici e mail;
2) un sintetico curriculum (fino a 2 pagine);
3) l’abstract della comunicazione proposta (fino ad 1 pagina).
Le domande, che saranno vagliate da apposita Commissione scientifica, dovranno pervenire esclusivamente all’indirizzo e-mail: a.pirni@santannapisa.it, con l’oggetto “SAF-2017”.

Termine ultimo per la presentazione delle domande: 10 aprile 2017.
Conferma di accettazione della proposta di paper e di assegnazione della borsa di studio: entro il 14 aprile 2017.

Ulteriori informazioni:
Descrizione della Scuola di Alta Formazione Filosofica di Acqui Terme:

  • http://www.acquistoria.it/index.php?option=com_content&view=category&id=40&Itemid=230&lang=it
  • www.acquistoria.it;

Per informazioni organizzative: Ufficio Cultura – “Premio Acqui Storia” info@acquistoria.it; 0144/770203.

Per informazioni logistiche (come arrivare; dove soggiornare in Acqui Terme): Ufficio Informazione Turistica:
http://www.turismoacquiterme.it/en/
iat@acquiterme.it

tel. +39 0144 322142

Coordinamento: Alberto Pirni (Scuola Superiore Sant’Anna – Pisa).

a.pirni@santannapisa.it; 050/883324.

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 Ripensare la comunità tra educazione e pratiche filosofiche

a cura di Federico Zamengo e Nicolò Valenzano

 

La ripresa del discorso sulla comunità, nelle implicazioni teoriche e nei risvolti pratici, da una parte riflette lo sfilacciamento dei legami sociali e la trasformazione delle tradizionali agenzie di costruzione del legame sociale, dall’altra induce a ragionare sul precario equilibrio tra deriva individualistica e annullamento dell’individuo nella comunità.

In questo complesso intreccio di fattori, si riconosce uno specifico ruolo alla filosofia, sia dal punto di vista teorico che da quello pratico. La riflessione filosofica indica come centrale il tema del rapporto tra individuo e comunità, rinviando inevitabilmente al senso e al ruolo della filosofia nella società contemporanea. Un aspetto rilevante assume, in questa prospettiva, il discorso educativo: si tratta, infatti, di delineare una pedagogia della comunità capace di inquadrare teoricamente e declinare praticamente la complessa relazione tra soggetto, alterità e collettività.

Dal punto di vista pratico il ruolo che la filosofia può assumere, in questo contesto, si declina nel molteplice panorama delle pratiche filosofiche di comunità (da Nelson e Lipman a Dolci e Capitini). In questa prospettiva, filosofia significa, in primo luogo, pratica discorsiva: il tema del dialogo filosofico riveste quindi una parte centrale. Le etiche del dialogo conferiscono importanza alla questione, teorica e pratica al contempo, del nesso tra filosofia ed educazione, recuperando la primitiva istanza pedagogico-trasformativa della filosofia.

La filosofia, come pratica sociale, si presume sia capace di generare legami interpersonali e comunitari. La pratica filosofica di comunità viene considerata come un luogo privilegiato da cui sviluppare l’interrogazione sul nesso tra filosofia e emergenza dei legami. Si attribuisce al filosofare la capacità di trasformare, più che di informare, le persone: in questo modo il ruolo della filosofia si coniuga con quello della pedagogia. Da questo punto di vista, sarà necessario indagare lo specifico educativo delle pratiche filosofiche di comunità, ovvero se possa essere rintracciata una peculiarità pedagogica del filosofico.

 

Tipologia dei contributi

I contributi, di carattere teorico, storico o operativo, potranno riguardare:

  1. Il rapporto tra individuo, alterità e comunità, quale si configura nelle pratiche filosofiche.
  2. Il contributo delle pratiche filosofiche di comunità alla costruzione di legami sociali e di comunità plurali.
  3. La rilevanza del dialogo filosofico per la tematica della relazione sociale.
  4. L’intreccio teorico e pratico tra etica del dialogo, educazione e pratiche filosofiche.
  5. Il ruolo della filosofia, e delle pratiche filosofiche, nel discorso intorno alla comunità.
  6. Lo specifico filosofico delle pratiche filosofiche di comunità.
  7. Le diverse e molteplici pratiche filosofiche di comunità, con o senza intenzionalità educativa.
  8. L’intenzionalità educativa delle pratiche filosofiche.
  9. La progettazione e la valutazione dello sviluppo di comunità attraverso le pratiche filosofiche.
  10. Il rapporto tra le pratiche filosofiche di comunità e le nuove forme comunitarie, innanzitutto dal punto di vista delle ICT (Information and Communications Technology).
  11. La possibilità che le pratiche filosofiche di comunità consentano di superare una datata divisione tra teoria e pratica.

Le tipologie di contributo suggerite, e altre che da esse possono prendere spunto, dovrebbero avere l’obiettivo comune di stimolare una discussione nello spazio pubblico intorno ad un ripensamento della comunità, del ruolo dell’individuo e della costruzione del legame sociale, che prenda le mosse dal compito educativo che la filosofia può oggi assumere.

A questi temi la rivista “Lessico di etica pubblica” intende dedicare un numero monografico che sarà pubblicato nella prima metà del 2017.

Gli articoli dovranno essere inviati entro e non oltre il 31 marzo 2017 in una forma compatibile con la procedura di blind review. Si accettano testi in italiano, redatti secondo le norme editoriali presenti nel sito, lunghi non più di 40.000 battute (comprese le note e un abstract in inglese e in italiano di massimo 150 parole). Per la redazione si consiglia di utilizzare l’apposito “foglio di stile” disponibile tra gli allegati.

L’articolo e l’abstract devono essere inviati in un unico file (.doc) all’indirizzo pratichefilosoficheeducazione@gmail.com.

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(Non-)Violenza pubblica e giustificazione religiosa

A cura di Paolo Monti

La giustificazione religiosa della violenza è storicamente una delle sfide centrali alla fondazione della convivenza civile, dall’accusa di empietà a Socrate, alle guerre di religione del XVI e XVII secolo, fino al terrorismo contemporaneo di matrice religiosa. Il pensiero democratico, la tradizione liberale e la riflessione moderna sulla tolleranza sorgono in misura importante da questa sfida. Il rapporto fra violenza e religione non è tuttavia univoco. I più brutali conflitti del XX secolo sono stati alimentati da ideologie secolari e ostilità etniche, lasciando il fattore religioso ai margini in favore di giustificazioni politiche, economiche e identitarie di altra natura. Per altro verso, compassione, amore e non-violenza fanno parte integrante della spiritualità delle religioni mondiali. Grandi protagonisti della storia recente come Gandhi, Martin Luther King o Desmond Tutu hanno giustificato in termini religiosi la propria opzione non-violenta e una significativa ispirazione religiosa ha caratterizzato recenti fenomeni politici non-violenti come la protesta di Solidarność in Polonia o la Rivoluzione Zafferano in Myanmar.

Il tramonto delle teorie standard della secolarizzazione e il ritorno delle religioni sul palco principale della scena politica, ha riportato il pensiero etico e politico a confrontarsi col rapporto fra violenza pubblica e religioni. L’analisi ha preso direzioni molteplici, indagando i rapporti fra pensiero religioso e comprensione della conflittualità sociale e politica (Girard, Taylor, Esposito, Agamben), interpretando i meccanismi culturali di giustificazione e motivazione religiosa che guidano l’azione terroristica e la brutalità fondamentalista (Asad, Strenski, Juergensmeyer), sondando la storia del pensiero filosofico-teologico sul tema della giustificazione della guerra giusta (Steffen, Clarke).

Da queste analisi emerge come le religioni stiano mutando le forme della giustificazione religiosa della violenza e della non-violenza nel quadro della tarda secolarizzazione. La forza politica del conservatorismo e del fondamentalismo religioso (Arabia Saudita, India, Stati Uniti) si alimenta del distacco fra credenza fideistica ed elaborazione culturale (Roy), eppure in società tecnologicamente ed economicamente avanzate le religioni continuano a fornire un contributo cruciale al discorso e all’azione pubblica sui temi del dialogo interculturale, della solidarietà e della giustizia sociale (Habermas). Così, da un lato i fenomeni del radicalismo violento saldano insieme immaginari spuri di fedeltà all’origine con forme ultramoderne di comunicazione commerciale ed elementi di contestazione dell’ordine economico e politico globalizzato (Žižek). Dall’altro, chiese e movimenti religiosi contribuiscono a livello globale alla causa della convivenza fra i popoli e dell’accoglienza delle popolazioni in fuga dai conflitti veicolando una preoccupazione per la giustizia che supera i confini degli stati nazionali (Beck).

In questo contesto, i contributi possono coprire, fra le altre, le seguenti aree:

  1. Il problema della giustificazione religiosa della violenza e della non-violenza nella storia del pensiero etico-politico classico e moderno.
  2. Secolarizzazione e violenza: le trasformazioni della giustificazione religiosa della violenza in epoca moderna.
  3. La violenza e il sacro: l’eredità di René Girard.
  4. Pensiero liberale, pluralismo culturale, ingiustizia sociale e conflittualità globale (Rawls, Dworkin, Kymlicka)
  5. La via liberale alla convivenza civile e la sfida dei contesti non-occidentali: diritti, democrazia e fondamentalismo religioso in India (Sen, Nussbaum) e Cina (Bell).
  6. Teorie della guerra giusta e giustificazione religiosa in ambito cristiano e islamico.
  7. La non-violenza come ideale etico e come strumento politico: prospettive filosofiche e teologiche.
  8. Radicalizzazione e de-radicalizzazione: l’istigazione alla violenza come problema di comunicazione ed educazione pubblica.

A questi temi la rivista “Lessico di etica pubblica” intende dedicare un numero monografico che sarà pubblicato nella prima metà del 2017.

Gli articoli dovranno essere inviati entro il 26/04/2017 in una forma compatibile con la procedura di blind review: nella prima pagina, nome e cognome dell’autore, indirizzo di posta elettronica, titolo e abstract; nelle pagine seguenti, titolo, testo e note. Si accettano testi in italiano, inglese e francese redatti secondo le norme editoriali presenti nel sito web (http://www.eticapubblica.it/), lunghi non più di 30.000 battute spazi inclusi (comprese le note e un abstract in inglese e in italiano di massimo 150 parole).

Il numero è curato da: Paolo Monti (Università Cattolica del Sacro Cuore).

Articolo e abstract devono essere inviati in un unico file (.doc) all’indirizzo paolo.monti@unicatt.it

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Archivio call for paper

“Pensare la comunità”

(a cura di Alessandro De Cesaris)

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“Medicina, cura e normatività”

(a cura di Davide Sisto e Gabriele Vissio)

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Tutti i contributi inviati alla redazione dovranno rispettare le norme redazionali e stilistiche della rivista. In particolare si raccomanda l’utilizzo del “foglio di stile” disponibile in questa pagina: non saranno presi in considerazione testi prodotti secondo altri fogli di stile. Il saggio dovrà essere inviato alla rivista nel formato .doc con il nome dell’autore (es.: “Rossi.doc”).

Per quanto riguarda tutto ciò che non sia previsto dal “foglio di stile” (formato delle citazioni, norme bibliografiche, ecc.) si rimanda alla lettura delle “Norme redazionali” disponibili su questa pagina.

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