Simone Bernardi della Rosa, I think, therefore I would-be (perhaps). The Peircean semiotic subject against the metaphysics of wickedness, the delusion of vanity and barbaric conception of personal identity
Abstract
La filosofia moderna ha teso a collocare il sé nell’individuo: delimitato, trasparente a se stesso e privatamente certo della propria esistenza. Questo articolo sostiene che il quadro semiotico e pragmatista di Charles Sanders Peirce costituisce una teoria della soggettività che realizza un complesso e sistematico rovesciamento di tale presupposto, senza tuttavia negare completamente la nozione di sé, ma prendendo di mira ciò che lo stesso Peirce chiamava una “concezione barbarica dell’identità personale”. L’argomentazione si sviluppa in due movimenti. Il primo è critico: Peirce smantella il cogito cartesiano non eliminando del tutto l’“io”, ma mettendo in luce il carattere inferenziale, mediato dai segni e fallibile della conoscenza di sé. Intuizione, introspezione e evidenza immediata del soggetto pensante sono ciascuna respinte su basi epistemologiche. Il secondo movimento è ricostruttivo: una volta che l’individualità non costituisce più il fondamento del sé, emerge un diverso quadro antropologico. Il sé reale e autentico, per Peirce, ciò che costituisce il nucleo dei fini e dei compiti propri dell’essere umano, è generale e non individuale, relazionale e non chiuso in sé stesso, e continuo sia nello spazio sia nel tempo piuttosto che riducibile a singole occorrenze attuali. Contro le letture nichiliste di una teoria del non-sé, e contro le interpretazioni fortemente individualiste, questo articolo difende una posizione intermedia: il soggetto, non l’individuo, è la corretta unità antropologica, ma questo soggetto “condizionato e condizionale”, e dunque fallibile e instabile, è definito precisamente dalle sue “springs of actions” e dalla sua partecipazione a qualcosa che eccede ciascuna delle sue effettive istanziazioni. In questo modo Peirce è stato in grado, ben prima degli approcci critici della filosofia del Novecento sulla soggettività, di smantellare la “più volgare illusione della vanità” della individualità umana.Abstract (english)
Modern philosophy has tended to locate the self in the individual: bounded, self-transparent, and privately assured of its own existence. This article argues that Charles Sanders Peirce's semiotic and pragmatist framework constitutes a theory of subjectivity that operates a systematic reversal of this assumption, without a complete denial of selfhood itself, but targeting it what Peirce himself called a “barbaric conception of personal identity”. The argument proceeds in two movements. The first is critical: Peirce dismantles the Cartesian cogito not by dismissing the “I” altogether, but by exposing the inferential, sign-mediated, and fallible character of self-knowledge. Intuition, introspection, and the self-evidence of the thinking subject are each rejected on epistemological grounds. The second movement is reconstructive: once individuality is no longer the foundation of selfhood, a different anthropological picture emerges. The real and true self, on Peirce's account, what constitutes the core of human being’s purposes, is general rather than particular, relational rather than self-enclosed, and continuous in both space and time rather than reducible to any single actual occurrences. Against nihilistic readings of a no-self theory, and against strong individualist readings, this article defends a median position: the subject, not the individual, is the proper anthropological unit, but this “conditioned and conditional” and therefore fallible and instable subject is defined precisely by its “springs of actions” and participation in something that exceeds any one of its actual instantiations. In this way Peirce was able, way before the critical approaches of 20th century philosophy on subjectivity, to dismantle the “vulgarest delusion of vanity” of human-being selfhood.