Alberto Romele, Rilevazione automatica del dolore, abitudini intelligenti e giustizia epistemica

Autore: | Rubrica: Questioni | 234 Visite No comments

Abstract

L’articolo indaga l’uso delle tecnologie digitali per la rilevazione automatica del dolore, concentrandosi in particolare sul progetto LOUISA. Questo progetto, finanziato dal Ministero federale tedesco per l’istruzione e la ricerca e dalla start-up AIMO, mira a sviluppare un sistema multidimensionale per l’analisi automatica del dolore. L’autore identifica due rischi principali associati all’uso di queste tecnologie. Il primo è la perdita di autonomia del paziente, dovuta all’induzione di nuove abitudini comportamentali. Per mitigare questo rischio, l’autore introduce il concetto di abitudini intelligenti, ispirato dalla filosofia pragmatista di John Dewey e Richard Shusterman. Il secondo rischio è l’ingiustizia epistemica, che emerge quando il dolore viene oggettivato e quantificato attraverso sintomi esterni o superficiali. L’autore fa riferimento al concetto di ingiustizia epistemica, in particolare nel senso dell’ingiustizia testimoniale, di Miranda Fricker per esplorare questo rischio. L’articolo propone che l’immersione di eticisti nelle diverse fasi del progetto potrebbe contribuire a una riflessione collettiva più profonda e, di conseguenza, a un prodotto finale più etico. L’autore suggerisce che questi rischi e soluzioni potrebbero orientare il design di tecnologie simili in futuro.

Abstract (english)

The article investigates the use of digital technologies for automatic pain detection, focusing in particular on the LOUISA project. This project, funded by the German Federal Ministry of Education and Research and the start-up AIMO, aims to develop a multidimensional system for automatic pain analysis. The author identifies two main risks associated with the use of these technologies. The first is the loss of patient autonomy due to the induction of new behavioral habits. To mitigate this risk, the author introduces the concept of intelligent habits, inspired by the pragmatist philosophy of John Dewey and Richard Shusterman. The second risk is epistemic injustice, which emerges when pain is objectified and quantified through external or superficial symptoms. The author refers to Miranda Fricker’s concept of epistemic injustice, particularly in the sense of testimonial injustice, to explore this risk. The article proposes that the immersion of ethicists in different phases of the project could contribute to deeper collective reflection and, consequently, to a more ethical end product. The author suggests that these risks and solutions could guide the design of similar technologies in the future.